La prevalenza del pm

Alla fine la questione napoletana è scoppiata. A lungo incubata in questi anni in cui l’unica voce che ha rappresentato la città sul piano nazionale è stata il catastrofismo gomorrista, la crisi è finalmente esplosa nel bel mezzo del sistema politico della Seconda Repubblica. Tra le elezioni di De Magistris e il mandato di arresto nei confronti di Luigi Bisignani, Napoli si è ripresa a modo suo uno spazio politico ideologico che non aveva da tempo. di Adolfo Scotto di Luzio
9 AGO 20
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Alla fine la questione napoletana è scoppiata. A lungo incubata in questi anni in cui l’unica voce che ha rappresentato la città sul piano nazionale è stata il catastrofismo gomorrista, la crisi è finalmente esplosa nel bel mezzo del sistema politico della Seconda Repubblica. Tra le elezioni di De Magistris e il mandato di arresto nei confronti di Luigi Bisignani, Napoli si è ripresa a modo suo uno spazio politico ideologico che non aveva da tempo.
La città vive, in queste settimane, la sua euforica stagione di ribellione e di disorientamento, dopo diciotto anni di governo ininterrotto del centrosinistra, il più longevo regime politico italiano dopo il 1992. Ma non è solo questo. Nella ribellione e nel disorientamento della città c’è come un’affermazione perentoria di sé, che se non viene colta e interpretata in termini politici generali produrrà ulteriori disastri.

A Napoli non è solo cambiato il vento. Quello che è successo è il frutto di un lungo abbandono. La città ha reagito essenzialmente a questo: a una vera e propria dismissione politica e ideale che data ormai da molti anni.

Il fatto che a trionfare nelle elezioni municipali sia stato un outsider, privo di legami sociali significativi, la dice lunga sulla diserzione delle forze politiche nazionali dalla scena urbana. Napoli è oggi una città in cui i partiti non esistono praticamente più, mentre la magistratura si è attribuita un vero e proprio ruolo di supplenza etico civile nei confronti delle élite urbane. Ha insediato due suoi uomini ai vertici dell’amministrazione cittadina, il sindaco e l’assessore alla Sicurezza, l’ex pm Narducci, cui è affidata la direzione della polizia municipale, vale a dire di una struttura strategica (e fortemente deficitaria in questi anni) per il governo effettivo delle relazioni urbane.

A Napoli la magistratura,
in generale, assolve a una funzione più ampia di direzione dell’opinione pubblica e di costruzione del consenso. Basta leggere, ed è impressionante, l’elenco degli incarichi extragiudiziali dei giudici napoletani pubblicato venerdì scorso dal Corriere del Mezzogiorno. E’ una presenza molto forte nel sistema universitario, ma soprattutto nelle scuole dell’hinterland, dove decine di magistrati tengono corsi di legalità a giovani adolescenti di provincia.

Se non si tiene conto di questi elementi di contesto, che sono poi il modo con cui una sezione tradizionalmente importante della borghesia napoletana prova a rispondere alla crisi della città, non si riesce a cogliere il senso di quello che è accaduto nel capoluogo partenopeo, e che non poteva accadere in nessun’ altra delle grandi città italiane. La crisi della politica ha trasformato Napoli in una città a regime di occupazione morale permanente. Certo questa partecipazione dei magistrati alla vita sociale napoletana viene da lontano. Dalla storica presenza delle professioni giuridiche nel tessuto della vita cittadina, naturalmente. Ma è soprattutto la mobilitazione politico-civile degli anni Ottanta, quando l’allora Pci affidò ai cortei degli studenti contro la camorra il compito di animare un’opposizione alla Dc altrimenti priva di spazi di fronte al blocco del consenso cittadino, ad aver dato al tipo del magistrato democratico napoletano un compito fino ad allora inedito di orientamento e di formazione dell’opinione pubblica. Questo compito è stato riformulato da Tangentopoli e dalla nuova ideologia della magistratura educante.

Non essendo riuscito a cambiare il paese, il nuovo magistrato etico ha tradotto l’aspirazione alla legalità dei primi anni Novanta in una pedagogia civile, da diffondere soprattutto nelle scuole e in ogni occasione mondano-letteraria lungo tutta la penisola.
In questo, bisogna dire, incoraggiato dal clima generale del paese che negli stessi anni sembra essere ritornato all’adagio ottocentesco: istruire quanto basta, educare più che si può.
Nel caso napoletano, questa lunga trasformazione della magistratura in un vero e proprio genere del discorso pubblico ha prodotto degli effetti specifici. Il più vistoso è sicuramente il rilievo che le fonti processuali hanno assunto nella costruzione della narrazione della città negli ultimi venti anni, dal libro di Francesco Barbagallo, “Napoli fine novecento” a “Gomorra” e sul loro esempio in tutta una miriade di racconti, ricerche accademiche e pièce teatrali.

L’immaginario civile napoletano è sempre stato catastrofista ed eroicizzante. Le mani sulla città, i lupi famelici, la foresta vergine sono state le metafore maggiori. Ma si trattava appunto di metafore, costruzioni letterarie che proiettavano i mali di Napoli sullo sfondo di una comprensione più ampia e sfumata, affidata alla mediazione del mito letterario. Dagli anni Ottanta in avanti invece c’è stato come un ripiegarsi ossessivo di scrittori e intellettuali sulla realtà. Napoli è stata in questo tempo una città molto osservata e molto poco pensata. L’occhio napoletano si è fatto sempre più vicino, paranoico e implacabile, senza accorgersi del potente effetto di impoverimento della fantasia e del pensiero che questo accorciarsi della distanza produceva nella rappresentazione dell’esperienza urbana. I brogliacci processuali, le deposizioni, le vicende trucidissime di un mondo criminale feroce, hanno progressivamente soppiantato la letteratura, generando un vero e proprio culto dell’immagine sociologica della città, ridotta al ghetto urbano di se stessa. Da “Pericle il nero” di Ferrandino a “Dieci” di Andrej Longo è il trionfo del tanfo dei sottopassi di periferia. In pochi ne hanno preso le distanze. Tra questi lo scrittore Antonio Pascale.

Il primato etico politico dei giudici poggia anche su questa illusione di una verità generata dal rapporto diretto e senza mediazioni con la realtà. Le fonti di questa verità sono i processi. Crisi politica e crisi della rappresentazione sono strettamente connesse a Napoli. Se la politica degli anni Ottanta ha generato un certo modo di raccontare la città; quel modo ha poi potuto trionfare imponendosi in forme totalitarie ai consumi culturali degli italiani, sempre più attratti dal nero napoletano, perché la politica è pressoché scomparsa in città.

Pensate ai partiti. Il Pd si è praticamente suicidato con le primarie. Certo, di questi tempi, diciotto anni ininterrotti di potere non fanno bene a nessuno. Diciotto anni, poi, senza alternativa fanno malissimo. Ma nel crollo del Pd a Napoli c’è come il segno di un’incapacità degli eredi del Pci di reggere il peso del potere. E a ogni modo la confusione, già evidente nel proliferare delle candidature alle primarie, dice di una perdita effettiva di direzione e inquadramento del proprio elettorato. Il resto è andato di conserva. Per quanto riguarda il centrodestra invece, il Pdl è di fatto sequestrato da un gruppo di vertice, quello che fa capo a Nicola Cosentino, che è profondamente estraneo alla storia della città. Di provenienza extra provinciale, la sua presa sul partito locale ribadisce nei napoletani quel sentimento di accerchiamento della periferia che dal post terremoto in avanti è la nota psicologica dominante della loro autorappresentazione. In una città, poi, il cui immaginario è ancora costruito sull’idea dei due popoli, e sulla contrapposizione mitica tra la gentilezza urbana e la minacciosa selvatichezza delle aree rurali interne, un gruppo di potere proveniente dalla desolata periferia casertana non è il più adatto a guidare le sorti politiche del centrodestra a Napoli. Che nonostante la sua crisi conclamata e profondissima, resta una città mondo, capace di proiezione universale. Nessuna proposta di destra farà breccia nell’antica capitale continentale del mezzogiorno d’Italia, finché il partito verrà identificato con un tizio nato e cresciuto a Casal di Principe.

C’è poi un’altra considerazione da fare. Se bisogna dare retta a Berlusconi, e se il presidente del Consiglio ha veramente voluto tutelare la giovinezza e l’inesperienza amministrativa del ministro Mara Carfagna, che a suo dire i napoletani avrebbero riconosciuta e stravotata, allora bisogna anche ammettere che la candidatura di Lettieri era più romana che napoletana. E la sua sconfitta si sente più a Roma che a Napoli. Eccolo allora quel sentimento di chi pensa di essersi ripreso il proprio destino di cui dicevo all’inizio, e che nei giorni del successo elettorale di De Magistris ha accompagnato l’insediamento in città del nuovo sindaco. C’è un tratto di revanscismo napoletano nel voto per l’ex pubblico ministero. Di una città che in questi anni si è sentita come spossessata e fatta oggetto di una diffusa calunnia. Nella sonora bocciatura comminata tanto a Lettieri quanto a Morcone non c’è stato solo il risvolto municipale contro il candidato calato dal centro, ma piuttosto e più in profondità il rifiuto opposto al giudizio diffamatorio del centro. Nei confronti di Napoli in questi anni ha operato un vero e proprio commissariamento morale. Una città fatta di incapaci e di truffatori, guardata con sospetto e crescente fastidio tanto a destra che tra le file della dirigenza democratica, tenuta sotto, schiacciata sui propri rifiuti come sull’evidenza di una vergognosa inadeguatezza a ben governarsi.

I rifiuti sono apparsi ai napoletani come la gigantesca metafora della loro soggezione nazionale. Ai loro occhi, la città sporca era ed è necessaria alla rinegoziazione dei rapporti di scambio tra le diverse aree del paese in termini svantaggiosi per i napoletani e in genere per il sud. Questo schema trova una clamorosa conferma da ultimo nel sabotaggio leghista al decreto del governo sui rifiuti. La città è letteralmente presa per la gola dai suoi nemici. Atteggiamenti come questo generano un bisogno di rivalsa tra i napoletani così come ne autorizzano un certo aggressivo vittimismo. Entrambi i sentimenti sono alla base del successo elettorale di De Magistris.

L’orgoglio ferito della città diventa una formula potente di legittimazione politica e viene fatta valere contro il governo e contro Bassolino. All’ombra dell’orgoglio ferito si riorganizzano anche gli interessi proprietari che trovano nell’uomo nuovo un’occasione inaspettata per farsi valere senza troppe mediazioni.
E’ inutile dire quanto instabile e precario sia questo riorganizzarsi di alcuni gruppi imprenditoriali napoletani o che hanno base a Napoli intorno alla figura di De Magistris. Colpisce, però, questo misto di radicalismo delle intenzioni politiche e di pragmatismo borghese. Il rischio fin troppo evidente è che il basso profilo politico della giunta autorizzi l’ennesima supplenza dei padroni di sempre della città. La lunga assenza di una leadership politica a Napoli, l’evidente stanchezza del Bassolino degli ultimi tempi e il tratto catatonico dell’amministrazione Iervolino, hanno generato in vasti e moderni settori dell’imprenditoria a Napoli la convinzione di dover esercitare un ruolo di direzione ben al di là dell’ambito del proprio intervento professionale. La lotta scatenata all’interno dell’Unione degli industriali napoletani fin dal gennaio del 2010 contro Lettieri segna l’inizio di questa attività del nuovo partito borghese. Che poi si è visto bene all’opera durante la campagna elettorale nell’esercizio di un ruolo di mediazione tra De Magistris e il candidato dell’Udc, il rettore dell’università di Salerno Pasquino, oggi presidente del Consiglio comunale. Non c’è niente di strano, naturalmente, nell’esercizio di questa funzione di direzione politica da parte degli imprenditori. Anzi c’è in essa il riflesso di un’antica convinzione degli strati intellettuali borghesi napoletani e cioè che la crisi della città consista in una storica frattura tra l’inadeguatezza della rappresentanza politico amministrativa e il dinamismo della società economica.

Ora però la vittoria di De Magistris non è fatta per ricomporre o provare, almeno, ad attenuare quella frattura. Semmai la enfatizza. La borghesia napoletana si trova per l’ennesima volta legata al carro di una rappresentanza politica che parla un linguaggio a lei completamente estraneo, quando non ostile. C’è, come è noto, in questa disponibilità nei confronti dei propri avversari ideologici, una lunga storia di debolezza culturale e insieme di furbizia borghese, di astuta navigazione a fianco della politica. In attesa di privilegi, commesse, incarichi. Nel caso di queste ultime elezioni tuttavia hanno contato moltissimo le divisioni personali, gli odi inveterati. Come la politica cittadina, anche il mondo imprenditoriale riflette la stessa identica difficoltà della società napoletana a fare corpo. L’assenza di un vero e proprio spirito municipale napoletano rispecchia una città dove a ogni livello, dall’università, all’impresa, alla politica, ognuno fa partito a sé. Le avversioni, le gelosie, l’incapacità di collaborare per il bene di un’istituzione sono il tratto patologico dell’ambiente urbano.

Chiunque abbia anche una minima
esperienza ad esempio della vita accademica in città conosce le reciproche ostilità, i veti, l’impossibilità di un qualunque progetto comune. E quello che accade nell’università, succede anche fuori. Tenere insieme due imprenditori, due accademici, due professionisti in una stessa stanza richiede un lavoro improbo di mediazione. E infatti la città non conosce da decenni imprese collettive di rilievo. Non è in grado di esprimere una rappresentanza territoriale coesa a livello nazionale, così come non ci sono gruppi intellettuali in grado di difenderne le ragioni sul piano pubblico. Voci isolate, spesso eccellenti. Ognuno tuttavia impegnato a giocare in proprio la partita della carriera, dell’affermazione personale, del successo.
Una città così difficile richiede a chi la governa non solo una leadership mediatica, ma un esercizio concreto e quotidiano di tessitura di legami politici e sociali. Esige sofisticatezza e duttilità. Una gran quantità di rapporti. Non è una città per uomini nuovi, per i quali Napoli si infiamma si-curamente, ma che brucia anche in fretta.
di Adolfo Scotto di Luzio